Sei libero. Che ti piaccia o no.

Una sera andai a cena con la mia famiglia in un ristorante Tailandese. Ci fecero sedere verso il fondo, non lontano dalla porta della cucina.

Una cameriera molto frizzante ed entusiasta ci portó i menu, riempí d’acqua i nostri bicchieri e ci disse di farle sapere se avevamo bisogno, o se avessimo domande su qualunque cosa.

Quando ritornó, ordinammo. “Perfetto!” disse con un gran sorriso, portando via i menu. Entró in cucina. Appena oltrepassata la porta, la sua voce cambió. Stava chiaccherando con i colleghi, e noi potevamo sentire tutto.

“Mio Dio, stavo cosí male stamattina! Non smettevo diú di vomitare. Il mio ragazzo doveva tenermi su i capelli”. Continuava a parlare della serata al bar, delle cameriere, della corsa in taxi, dei suoi stupidi amici che non si erano fatti vivi. Un sacco di dettagli e di parolacce.

Poi ritornó in sala, di nuovo con la sua faccina da cameriera, e prese le ordinazioni da altri tavoli. Rientró in cucina, e riprese a chiaccherare sguaiatamente. Quando ci portó i piatti al tavolo, aveva un grande e sano sorriso, ed era veramente difficile non mettersi a ridere.

A quei tempi non lo sapevo, ma Jean-Paul Sartre aveva descritto uno scenario simile (nel suo “L’ Être et le Néant”) per illustrare una tendenza umana chiamata mala fede. Il suo cameriere in un bar sembrava essere completamente posseduto dal suo ruolo di servitore. Si muoveva troppo velocemente, a scatti. Parlava delle specialitá del giorno con un entusiasmo che nessun cibo poteva garantire nella vita reale. I suoi gesti erano cosí ridicolmente camerieristici che sembrava aver perso di vista il fatto che era una persona libera di scegliere, come se non ci fosse niente di suo a parte il suo ruolo attuale.

Sartre credeva che noi abbiamo molta piú libertá di quella che tendiamo a credere. Normalmente la neghiamo per proteggerci dall’orrore di accettare la piena responsabilitá sulle nostre vite. In ogni istante, siamo liberi di comportarci come vogliamo, ma spesso ci comportiamo come se le circostanze avessero ridotto le nostre opzioni a uno o massimo due modi per andare avanti.

Questa è mala fede (mauvaise foi): quando convinciamo noi stessi di esser meno liberi di quel che realmente siamo, cosí da non dover sentirci responsabili per quel che alla fine facciamo della nostra vita. Sembra davvero che devi alzarti alle 7:00 ogni lunedí, perché impedimenti come il tuo lavoro, gli orari della tua famiglia, e i bisogni del tuo corpo non ti lasciano altra scelta. Ma non è vero: puoi puntare la tua sveglia a qualunque ora, e sei libero di esplorare ció che cambia nella tua vita quando lo fai. Non sei obbligato a fare le cose nel modo in cui le hai sempre fatte, e questo vale per ogni momento della tua vita. Tuttavia ci sentiamo come se fossimo su un binario piuttosto rigido per la maggior parte del tempo.

Spesso pensiamo alla libertá come a qualcosa che puó solo rendere la vita piú facile, ma in realtá puó essere travolgente, e persino terrificante. Pensaci: possiamo in ogni momento scegliere una qualunque delle infinite vie verso il futuro, e niente meno che il resto della nostra vita dipende da ognuna di queste scelte. Puó quindi essere di grande sollievo dire a noi stessi che realmente abbiamo molte meno opzioni disponibili, o persino che non abbiamo altra scelta.

In altre parole, anche se vogliamo la miglior vita possibile, se la vita sará deludente, speriamo almeno che sia per colpa di qualcun altro.

Quando la libertá fa paura, facciamo finta che non ci sia.

Appena appresi il concetto di mala fede, cominciai a notare che io stesso ne sono colpevole tutto il tempo. Posso rimandare una telefonata utile ma esasperante finché non è piú possibile farla, e dire a me stesso che l’opportunitá mi è accidentalmente sfuggita dalle mani. Posso fare finta di non aver sentito un commento critico, cosí da non dover decidere come rispondervi. Spesso dico a me stesso che non posso fare nessun lavoro che valga la pena se non ho almeno due ore ininterrotte per farlo.

Io ho una lunga storia di mala fede. Forse anche tu. Alle superiori, ricordo che volevo informarmi il minimo possibile sulle opportunitá di borse di studio, perché preferivo non iscrivermi, piuttosto di iscrivermi e poi vedere che erano altri a vincerle. E dopo magari mi lamentavo anche che uno come me non poteva competere con tutti gli studenti modello che socializzavano con gli insegnanti. Ho anche usato la mala fede per razionalizzare i miei estremi livelli di timidezza, rendendomi la vita molto piú difficile nel processo. Una parte di me sapeva che essere un adulto normale significava imparare a chiaccherare del piú e del meno. Ma mi faceva paura, e cosí dicevo a me stesso che le chiacchere sono vane e insignificanti, e che me ne astenevo per principio, non per paura. Come tante altre persone timide, non uscivo con le ragazze al liceo perché avevo paura di essere rifiutato, ma dicevo a me stesso che era perché avevo gusti difficili.

Probabilmente è successo a tutti: ti fa paura una voce sulla lista delle cose da fare perché richiede una decisione difficile. Cosí la rimandi, ignorando i promemoria che ti eri posto, facendo prima le cose meno importanti. Lo fai anche se una parte di te sa che dovrai farla comunque, e il ritardo peggiora solo le cose per te. Inventi delle scuse per giustificare che non puoi farlo oggi –  “devo essere piú riposato per mettermi a farlo” – anche se non ci casca nessuno oltre a te, e nemmeno tu hai alcun beneficio dal far finta di non poter farlo. Senti solo quel po’ di sollievo quando inventi una nuova scusa.

Tutti questi comportamenti sono modi per negare la nostra libertá. Se riconoscessimo tutte le ostre opzioni, la cosa piú ovvia da fare sarebbe qualcosa di minaccioso. Una volta che hai riconosciuto che non è davvero impossibile per te smettere di fumare, allora devi smettere di fumare. Quando la libertá fa paura, facciamo finta che non ci sia.

La mala fede è piú facile da notare negli altri che in noi stessi. Di sicuro conoscerai persone che si lamentano della loro situazione, ed insistono che è fuori dal loro controllo, quando ovviamente non lo è. Quando è troppo sfacciato, si chiama “mentalitá della vittima”. Raccontiamo a noi stessi delle storie che ci fanno sembrare degli oggetti inanimati e sfortunati al mondo, come palle da biliardo sul tavolo, invece di giocatori. Uno che era mio amico si diceva continuamente insoddisfatto del suo sovrappeso, e aveva una scusa infallibile per qualsiasi modo possibile di dimagrire. Correre fa male alle ginocchia. Mettersi a dieta porta a disturbi dell’alimentazione. Sollevare pesi è da stupidi. Le palestre vogliono spiumarti. Era ovvio che non si trattava di ostacoli reali in cui incorreva quando ci provava, ma modi per giustificare che solo le situazioni intorno a lui erano responsabili dei suoi problemi, e che lui non aveva scelta né voce in capitolo.

Essenzialmente, ogni esempio di mala fede è una rappresentazione di un certo tipo, nella quale ci comportiamo come se avessimo le mani legate. Cerchiamo di convincere noi stessi (spesso cercando di convincere gli altri) che veramente non possiamo fare quel che è giusto, quando invece semplicemente non vogliamo.

La vita è un campo aperto, non un corridoio.

La mala fede ci porta a vivere in modo non autentico – vivere basati sui valori altrui perché abbiamo paura di vivere in base ai nostri. È implicitamente sconfiggere noi stessi.

Sartre voleva che sentissimo veramente la nostra libertá, come una sensazione in qualche modo fisica – la sensazione di camminare lungo un corridoio, e poi notare che sei sempre stato in un campo aperto. È una sensazione entusiasmante andare consapevolmente nella direzione opposta, in una circostanza in cui normalmente agisci in mala fede. Senti come se avessi sbloccato una zona nascosta con nuove possibilità e abilità, e che queste stanze segrete sono dappertutto.

Ogni volta che ti viene da dire “D’altra parte è cosí, non c’è niente da fare”, c’è probabilmente della mala fede. Per anni ho creduto che non potevo aspettarmi di poter scrivere nulla dopo le 5 del pomeriggio – non ho l’energia per concentrarmi, quindi sono praticamente condannato a passare la sera leggendo, guardando qualcosa su uno schermo, uscendo o comunque non lavorando.

Questa è una vecchia bugia da perdente, e non c’è modo di dire quello che mi è costata. Non c’è nessuna barriera alle 5 del pomeriggio. La linea è completamente immaginaria. C’è soltanto una forte avversione al mio lavoro quando si avvicina quell’ora del giorno, e io faccio finta che sia una sorta di legge naturale.

Le nostre vite sono un intreccio di linee immaginarie. L’ora di andare a letto non è reale. È una scelta, ogni volta. Andare al lavoro è una scelta. Pranzare è una scelta. Abbatterci è una scelta. Rispettare una scadenza è una scelta, e anche non rispettarla, per quanto ci piacerebbe credere che ognuno di questi risultati fosse inevitabile.

Notare la mauvaise foi  non la cura, ma rende piú difficile ignorarla. Possiamo lasciarci prendere e soffrire di certi problemi per anni, se pensiamo che ci stanno cadendo dal cielo, neanche si trattasse di un acquazzone. Ma una volta che riconosci una determinata condizione della tua vita come fondamentalmente volontaria, questa ha probabilmente i giorni contati.

Non so decrivervi com’è intensa questa sensazione, ma passate le 5 del pomeriggio, sento veramente che non posso scrivere. Sembra che la parte del mio cervello che lo fa sia chiusa come la persiana di un negozio una domenica sera.

Ma quando alla fine mi siedo alle 6, alle 7 o alle 8, ed inizio a scrivere, le parole fluiscono come sempre. La porta era sempre aperta, semplicemente ci sono passato davanti un sacco di volte senza accorgermene.

Articolo originale di David Cain

E tu? Quali situazioni vivi con mauvaise foi? Senti che le situazioni hanno il sopravvento?

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Ale Furvis
Essential Coach Certificata – ACC ICF Coach
alefurvis@gmail.com

Sello CoachEsencialCertificadoNivel1 ACC_WEB

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